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Archive for novembre 2008

mob625_1173889057L’instabilità nei prezzi degli approvvigionamenti energetici e le tensioni connesse alla forte domanda di petrolio stanno riportando sulla scena italiana la tematica del nucleare. Il convegno sull’energia organizzato da Confindustria che si è tenuto venerdì 28 novembre  al Teatro Metastasio di Prato andava in questa direzione. L’Associazione Ecologisti Democratici di Prato interviene in seno al dibattito attraverso l’analisi di Matteo Prussi, collaboratore del Centro di Ricerca Energie Alternative e Rinnovabili dell’Università di Firenze. 

Come sempre quando si parla di tecnologia in questo paese, si parla di passato. Il tentativo di ridurre i costi dell’energia elettrica è la motivazione principale di questo revival. Dimentichiamoci quindi di trattare di prospettive della fusione nucleare. “Indovina che viene a cena?”: il buon vecchio Uranio 235. E’ necessario sottolineare come il vero problema di sicurezza legato al nucleare a fissione non è il reattore, come abitualmente si pensa, ma le scorie della produzione energetica. Si stima che nell’Europa a 25 la produzione di scorie sia di circa 40.000 m3 all’anno, di cui 4000 m3 di scorie ad alta attività. Ad oggi non si è ancora definita una piattaforma comune per lo smaltimento, anche se sarebbe più giusto parlare di deposito più che di “smaltimento”. A sottolineare quanto il cuore del problema siano le scorie basta guardare ai fondi che il settimo programma quadro della Commissione Europea destina per la ricerca di tecnologie per il trattamento (prima fra tutti la trasmutazione). Un aspetto realmente attuale è dunque il problema sociale connesso alla localizzazione dei siti, tenendo presente che quella degli impianti è ben poca cosa, rispetto alla localizzazione dei depositi per le scorie.

Per quanto riguarda i tempi è necessario precisare che, tecnicamente, è possibile costruire una centrale in 4-5 anni, ma non è possibile gestire l’intero progetto in questi tempi: basti pensare che la costruzione del’EPR finlandese durerà complessivamente 13-14 anni. Esempio ancora più significativo è quello inglese, dove la costruzione della centrale di III generazione richiederà almeno 10 anni, in un paese leader in questa tecnologia, con ben 19 impianto in esercizio. Per quanto riguarda lo stato tecnologico è poi da sottolineare che al 2015 sarà pronta la terza generazione avanzata (III+): la quarta è infatti ancora in fase di sviluppo. A questo sviluppo collabora anche ENEL. Esiste infine la problematica legata al combustibile: l’ultimo rapporto Iaea-Nea (International Atomic Energy Agency e Nuclear Energy Agency) sostiene che le riserve di uranio, ragionevolmente sicure, ammontano a 3,3 milioni di tonnellate, equivalenti a circa 70 anni di utilizzo.

Come sempre queste stime risultano molto difficili, basandosi su tassi medi di crescita che sono difficilmente predicibili. Tuttavia la limitatezza di questa fonte energetica fa pensare a dinamiche di costo già viste per i combustibili fossili. Quello che risulta inoltre fondamentale è che il nucleare ci mantiene dipendenti da paesi terzi per l’approvvigionamento energetico, non contribuendo allo sviluppo di risorse del nostro paese, ma drenando risorse verso altri stati. Quello che appare, purtroppo, delinearsi come una costante di questo governo e di questo paese, è la mancanza della forza e del coraggio necessari per guardare a scelte di lungo termine. Col nucleare stiamo cercando di rincorrere un treno che oramai è passato, invece di investire queste energie per lo sviluppo di sistemi che liberino risorse economiche e permettano uno sviluppo energetico basato il più possibile su risorse locali. Ridurre la nostra dipendenza energetica da peesi esteri (superiore al 90%) dovrebbe essere l’obiettivo principale delle politiche nazionali, non la riproposizione di scelte che, oramai, alcuni paesi stanno abbandonando (Germania, Svezia, Spagna, etc.). Potremmo chiudere enfatizzando il fatto che gli italiani sono famosi per la loro capacità di creare idee nuove, non per quella di copiare (in ritardo)! La strada da percorrere non può essere che quella delle fonti rinnovabili. 

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“Con un colpo di mano al Senato, il governo vuole ottenere mani libere per riscrivere il codice ambientale, fuori da ogni controllo del Parlamento”. La denuncia è del senatore Roberto Della Seta, capogruppo in Commissione Ambiente, e si riferisce a un emendamento del governo al disegno di legge 1082 collegato alla Finanziaria, attualmente in discussione nelle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia.
 

“Il 1082 – afferma Della Seta – contiene norme su semplificazione, competitività e processo civile. Inopinatamente il governo ha proposto un emendamento che aggiungerebbe al testo un nuovo articolo, il 9-bis, in forza del quale l’esecutivo otterrebbe una delega generale e incondizionata, da esercitare entro il giugno 2010, per modificare il codice ambientale: dai rifiuti alle acque, dal danno ambientale alle procedure di Valutazione d’impatto ambientale, “Si tratta – prosegue il senatore Pd – di una forzatura inaccettabile nel metodo, come già sottolineato dai senatori del Pd nelle due commissioni che stanno esaminando il ddl 1082, visto che questo testo non passerà in Commissione Ambiente, e nel merito: dal 2001 la legislazione ambientale italiana è un cantiere aperto, e negli anni i vari governi di centrodestra hanno tentato più volte di smantellare o ridurre le norme in materia ambientale. Ciò priva i cittadini, le imprese, le pubbliche amministrazioni di un quadro certo e stabile di regole, mentre con questa ennesima deroga, senza criteri né vincoli – conclude Roberto della Seta – viene impedito al Parlamento di pronunciarsi su questioni di grande rilevanza per la vita e la salute dei cittadini”.

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Da “Repubblica” del 12 novembre 2008

ROMA – Gli attuali andamenti negli approvigionamenti e nei consumi energetici “sono chiaramente insostenibili, sia da un punto di vista economico, che sociale, che ambientale: devono e possono essere cambiati. Dobbiamo avviare una rivoluzione globale dell’energia migliorando l’efficienza energetica e incrementando l’utilizzo di fonti a basse emissioni”. L’avvertimento non arriva da un guru verde o da qualche teorico della decrescita economica, ma da Nobuo Tanaka, il direttore della super istituzionale Agenzia internazionale dell’energia. Un messaggio lanciato in occasione della presentazione a Londra del World Energy Outlook per il 2008, un rapporto dai contenuti tanto chiari quanto allarmanti. 

Il mondo si deve mobilitare per avviare le politiche necessarie ad affrontare quella che si annuncia come la “tempesta perfetta” del settore energetico: domanda in crescita malgrado la crisi economica, disponibilità di risorse (soprattutto petrolifere) in calo, consumi che accelerano pericolosamente il riscaldamento globale e i suoi gravissimi effetti, investimenti nella ricerca frenati dalla recessione. 

“L’aumento delle importazioni di gas e petrolio da parte delle nazioni Ocse e delle regioni asiatiche in via di sviluppo – ha spiegato Tanaka – combinato con la concentrazione della produzione in un piccolo numero di paesi, accrescerà la possibilità di sconvolgimenti negli approvigionamenti e brusche impennate nei prezzi. Allo stesso tempo le emissioni di gas serra aumenteranno inesorabilmente, mettendo il mondo in direzione di un incremento delle temperature globali fino a 6 gradi”, ovvero il limite massimo della forbice prevista dalle conclusioni dell’Ipcc, la commissione di climatologi dell’Onu, con conseguenze devastanti per il Pianeta. 

Per questo, quasi a rispondere indirettamente anche all’ostruzionismo di governo italiano e Confindustria, la Iea avverte che “non possiamo consentire che la crisi finanziaria provochi rinvii delle iniziative politiche che sono urgentemente necessarie per smorzare la crescita delle emissioni di gas serra”. 

L’invito dell’Agenzia è anzi quello a mettere in campo decisioni ancora più coraggiose. Anche tenendo conto di nuovi interventi politici per il contenimento della domanda, il rapporto prevede che sulla media del 2006-2030 il fabbisogno globale di energia cresca dell’1,6 per cento ogni anno, facendo salire la domanda globale di petrolio, dagli odierni 85 milioni di barili al giorno a 106 milioni di barile nel 2030. Una previsione rivista comunque al ribasso di 10 milioni di barili rispetto a quanto previsto nell’edizione dello scorso anno. 

Secondo le previsioni della Iea, sempre più importante sarà il peso dei nuovi giganti dell’economia: da sole, Cina e India contribuiranno a più della metà della crescita della domanda globale di energia. Forti aumenti sono previsti inoltre per il consumo di carbone e per l’utilizzo di fonti energetiche già esistenti in alternativa ai combustibili fossili. 

L’agenzia calcola quindi la necessità di investire sul settore energetico 26.300 miliardi di dollari complessivi da qui al 2030, soprattutto per migliorare le capacità estrattive che rischiano altrimenti di non stare al passo con la domanda. “Ma la stretta creditizia – ha avvisato Tanaka – potrebbe provocare un ritardo degli investimenti, potenzialmente creando le condizioni per un tracollo delle forniture che a sua volta potrebbe compromettere la ripresa economica”. Ma tra queste due tendenze dall’effetto contrastante sui prezzi (crisi che abbatte i consumi e approvigionamenti più scarsi) l’Agenzia non ha dubbi che sarà quest’ultima a dire l’ultima parola, finendo per farli tornare a crescere dopo un certo periodo di forte volatilità. 

Sul fronte ambientale la Iea traccia anche un possibile percorso da seguire per mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi, così come si propone di fare l’Unione Europea con la direttiva 20-20-20. Obiettivo che l’agenzia ritiene auspicabile, ma estremamente difficile da centrare, sottolineando che su scala mondiale occorrerebbe portare al 36% la quantità di energia primaria a basse emissioni, traguardo raggiungibile attraverso investimenti per 9,3 triliardi (mille miliardi di miliardi) pari allo 0,6% del Pil mondiale. 

“E’ evidente – ha concluso Tanaka – che il settore energetico deve svolgere un ruolo centrale nella lotta ai cambiamenti climatici e le analisi contenute in questo Outlook forniranno basi solide a tutti i paesi che al vertice di Copenhagen (previsto per dicembre 2009, ndr) cercheranno di negoziare un nuovo accordo sul clima”. (v. g.)

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barackhopeposter“La vittoria di Obama è una pagina di storia per gli Stati Uniti, una speranza per il mondo intero: la salutiamo con entusiasmo. Anche per il futuro delle politiche ambientali globali si aprono nuove prospettive”: Fabrio Vigni, presidente degli Ecologisti Democratici, commenta l’esito delle lezioni americane.

 

“Se ne va Bush, che tra le sue gravi responsabilità ha anche quella di essersi sempre opposto al protocollo di Kyoto, ed arriva un presidente che intende invece ridurre le emissioni, investire 150 milioni di dollari sulle energie rinnovabili, scommettere sull’ambiente come opportunità per l’economia del futuro”.

 

“Se all’impegno dell’Europa per il clima e l’energia, con il piano 20 – 20 – 20, si accompagnerà una svolta nelle politiche ambientali degli Stati Uniti, sarà meno difficile un cambio di marcia nella trattativa globale per la lotta ai cambiamenti climatici. E potrebbe aprirsi – conclude il presidente Ecodem – una nuova stagione anche per l’economia, con un ‘new deal’ orientato verso                                                   la sostenibilità ecologica e sociale”.

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