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Archive for the ‘Dibattiti’ Category

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In alcune città il sistema è già attivo. Consente di viaggiare comodamente in macchina senza, tuttavia, dover pensare a bollo e assicurazione: con il car-sharing, l’auto è tua quando ti serve. Il servizio prevede la disponibilità di mezzi, a prezzi accessibili, per chiunque si associ. A Prato è l’associazione Ecodem a rilanciare un progetto di mobilità sostenibile capeggiato da Matteo Prussi e Lorenzo Bigagli, due giovani ingegneri fondatori del nuovo gruppo Prato Car Sharing. «Il car-sharing – spiegano – è un servizio che permette di utilizzare un’auto su prenotazione, prelevandola e riportandola in un parcheggio vicino al proprio domicilio. Il costo per l’utente comprende una quota annuale e un’altra che varia in base al consumo relativo al periodo di utilizzo. Tramite questo servizio si compra infatti l’uso effettivo del mezzo anziché il mezzo stesso». Sono passati più di due anni da quando Lorenzo Bigagli, ingegnere del Cnr, l’ha sperimentato per la prima volta. «Mi trovavo in Germania ospite di una coppia di amici e dato che loro non avevano mezzi propri, ci spostavamo noleggiando un’auto del circuito a cui erano abbonati», racconta. «Una volta tornato in Italia – aggiunge – ho cercato immediatamente di capire come fare per adattare quel servizio alla realtà pratese». Da lì a poco farà la conoscenza di Ics (Iniziativa Car Sharing, il circuito nazionale nel quale sono consorziati i servizi di molte città d’Italia tra cui Firenze, Sesto Fiorentino e Scandicci); e di Matteo Prussi, ingegnere del Crear appassionato da sempre di mobilità sostenibile, con cui Bigagli ha fatto subito squadra cominciando a promuovere il progetto. «Ora più che mai c’è bisogno del sostegno di Comune e Provincia per rilanciare quest’iniziativa – dice Prussi – con una proposta che miri soprattutto a integrare l’offerta di trasporto pubblico. La gestione del servizio dovrà essere affidata a un privato. Potrebbe essere la Cap o chiunque si aggiudicherà il bando del trasporto pubblico. Finché non sarà in grado di autofinanziarsi, ricorreremo a qualche forma di contributo». Riduzione del numero di automobili per famiglia, minore impatto ambientale e costi di trasporto sostenibili sono, a detta dei promotori del progetto, i principali vantaggi per i cittadini. «Prato Car Sharing sta cercando di creare le premesse per realizzare questo servizio – spiegano – ma affinché possa realmente costituire un supporto alle politiche di mobilità, occorre un’azione sinergica delle amministrazioni locali per incentivarne l’utilizzo. Per esempio, attraverso la possibilità per i veicoli car-sharing di utilizzare gratuitamente i parcheggi a pagamento, di percorrere le corsie preferenziali e di circolare nella Ztl»

di Barbara Burzi (Il Tirreno)

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“Ancora vittime di disastri ampiamente prevedibili: in Italia basta una pioggia intensa per provocare una tragedia. Continuiamo a pagare un prezzo altissimo, intollerabile, per l’abusivismo edilizio e l’incuria nel governo del territorio. E il governo di centrodestra ha responsabilità pesanti”: queste le parole di Fabrizio Vigni, presidente nazionale Ecologisti Democratici all’indomani della strage di Messina. 

“Silvio Berlusconi è il presidente del consiglio che nella storia d’Italia ha fatto più condoni edilizi, incoraggiando la piaga dell’abusivismo, ed è alla guida di un governo che ha tagliato brutalmente i fondi per la difesa del suolo. Serve, in questo momento drammatico, un grande impegno di solidarietà verso le popolazioni colpite. Ma esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime è ipocrita, se non si accompagna a fatti concreti”. 

“Bisogna cambiare radicalmente politica, subito: considerare la manutenzione del territorio e la difesa del suolo – conclude il presidente Ecodem – come la più grande opera pubblica di cui l’Italia ha bisogno, concentrando gli investimenti in questa direzione; contrastare senza mezzi termini l’abusivismo edilizio garantendo a tutti i livelli una corretta pianificazione nell’uso del suolo e nelle trasformazioni del territorio”.

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di Matteo Prussi

segredario2337_imgL’attuale crisi nel sistema economico mondiale trova le sue ragioni fondanti nell’enorme grado di disuguaglianza che attraversa il globo. Questa analisi è stata proposta, alla scuola del PD di Amalfi, nei vari interventi, primo fra tutti quello di Jean Poul Fitoussi, e richiamata con forza da Bersani. Lo stesso Bersani ha argomentato sottolineando come da un lato la finanza abbia creato sistemi per frammentare e nascondere il rischio, dall’altra come le dinamiche della globalizzazione abbiamo spinto tutto il sistema verso una diminuzione delle regole. Questi fenomeni hanno portato verso una irrazionale pressione sulle risorse, legando inestricabilmente crisi economica e crisi ambientale. Mille Chiroleu nel suo intervento “uno sviluppo insostenibile” sottolineava come il concetto di sviluppo e quello di crescita economica non siano affatto sinonimi. Ci sono tre pilastri che reggono lo sviluppo sostenibile: quello ecologico, quello economico e quello sociale. Ecco di nuovo che le cause della crisi economica si legano inestricabilmente a quelle ecologiche. Come ha avuto modo di sottolineare Eloi Laurent, la crisi economico-ambientale è figlia dell’adozione di un orizzonte di breve periodo, capace di deprezzare il futuro. La soluzione è dunque la rivincita del Futuro sul Presente, il mezzo la Democrazia. L’idea di “socioecologia” lanciata a più riprese si basa su politiche ecologiche, che integrino quelle sociali, che possano proteggere chi risulta maggiormente esposto agli effetti dell’inquinamento e dell’uso delle fonti energetiche tradizionali. Filo rosso che ha attraversato la scuola è stato il tema delle fonti di energia rinnovabili. Michel Renner ha riportato i dati dell’agenzia internazionale per l’energia (IEA) sulla sovvenzione alla ricerca e sui valori occupazionali legati al mercato delle fonti rinnovabili. A fronte di  investimenti contenuti (non si arriva al 15% del totale contro il 50% per l’atomo) le possibilità di creare posti di lavoro sono apparse elevatissime (centinaia di migliaia di posti nella sola EU). Gianni Silvestrini, responsabile energia Legambiente, auspicava addirittura una riduzione dell’incentivazione statale sulle fonti rinnovabili, che in Italia risulta la più alta d’Europa (e forse del mondo), fiducioso nel mercato oramai ampiamente avviato in questo settore. Ad oggi l’Italia è innanzitutto un luogo dove capitali esteri vengono per utilizzare le forti incentivazioni. Rimane poi il nodo della ricerca, siamo infatti acquirenti di tecnologie, non produttori. L’Italia ad oggi rimane la Cenerentola d’Europa (che invece vuole mantenere la sua leadership in termini di fonti energetiche e risparmio) come dimostrato dalle politiche dell’attuale governo, adesso che una nuova interessante competizione sta per cominciare con gli Stati Uniti di Obama. Concludo con il lucido ed analitico pensiero di Giorgio Ruffolo, il quale tuttavia afferma che (verificando il primo principio della termodinamica) la Tecnologia da sola non è in grado di risolvere il problema aperto da questa crisi. La tecnologia infatti trasforma, non crea nè tanto meno distrugge. Per questo lo sviluppo delle conoscenze non è bastante, ancorché fortemente necessario al nostro paese per affrontare la competitività del resto d’Europa, nè da sole possono esserlo le fonti rinnovabili. Serve un approccio basato innanzitutto sul risparmio ed una nuova capacità di mettere il Futuro davanti al Presente.

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mob625_1173889057L’instabilità nei prezzi degli approvvigionamenti energetici e le tensioni connesse alla forte domanda di petrolio stanno riportando sulla scena italiana la tematica del nucleare. Il convegno sull’energia organizzato da Confindustria che si è tenuto venerdì 28 novembre  al Teatro Metastasio di Prato andava in questa direzione. L’Associazione Ecologisti Democratici di Prato interviene in seno al dibattito attraverso l’analisi di Matteo Prussi, collaboratore del Centro di Ricerca Energie Alternative e Rinnovabili dell’Università di Firenze. 

Come sempre quando si parla di tecnologia in questo paese, si parla di passato. Il tentativo di ridurre i costi dell’energia elettrica è la motivazione principale di questo revival. Dimentichiamoci quindi di trattare di prospettive della fusione nucleare. “Indovina che viene a cena?”: il buon vecchio Uranio 235. E’ necessario sottolineare come il vero problema di sicurezza legato al nucleare a fissione non è il reattore, come abitualmente si pensa, ma le scorie della produzione energetica. Si stima che nell’Europa a 25 la produzione di scorie sia di circa 40.000 m3 all’anno, di cui 4000 m3 di scorie ad alta attività. Ad oggi non si è ancora definita una piattaforma comune per lo smaltimento, anche se sarebbe più giusto parlare di deposito più che di “smaltimento”. A sottolineare quanto il cuore del problema siano le scorie basta guardare ai fondi che il settimo programma quadro della Commissione Europea destina per la ricerca di tecnologie per il trattamento (prima fra tutti la trasmutazione). Un aspetto realmente attuale è dunque il problema sociale connesso alla localizzazione dei siti, tenendo presente che quella degli impianti è ben poca cosa, rispetto alla localizzazione dei depositi per le scorie.

Per quanto riguarda i tempi è necessario precisare che, tecnicamente, è possibile costruire una centrale in 4-5 anni, ma non è possibile gestire l’intero progetto in questi tempi: basti pensare che la costruzione del’EPR finlandese durerà complessivamente 13-14 anni. Esempio ancora più significativo è quello inglese, dove la costruzione della centrale di III generazione richiederà almeno 10 anni, in un paese leader in questa tecnologia, con ben 19 impianto in esercizio. Per quanto riguarda lo stato tecnologico è poi da sottolineare che al 2015 sarà pronta la terza generazione avanzata (III+): la quarta è infatti ancora in fase di sviluppo. A questo sviluppo collabora anche ENEL. Esiste infine la problematica legata al combustibile: l’ultimo rapporto Iaea-Nea (International Atomic Energy Agency e Nuclear Energy Agency) sostiene che le riserve di uranio, ragionevolmente sicure, ammontano a 3,3 milioni di tonnellate, equivalenti a circa 70 anni di utilizzo.

Come sempre queste stime risultano molto difficili, basandosi su tassi medi di crescita che sono difficilmente predicibili. Tuttavia la limitatezza di questa fonte energetica fa pensare a dinamiche di costo già viste per i combustibili fossili. Quello che risulta inoltre fondamentale è che il nucleare ci mantiene dipendenti da paesi terzi per l’approvvigionamento energetico, non contribuendo allo sviluppo di risorse del nostro paese, ma drenando risorse verso altri stati. Quello che appare, purtroppo, delinearsi come una costante di questo governo e di questo paese, è la mancanza della forza e del coraggio necessari per guardare a scelte di lungo termine. Col nucleare stiamo cercando di rincorrere un treno che oramai è passato, invece di investire queste energie per lo sviluppo di sistemi che liberino risorse economiche e permettano uno sviluppo energetico basato il più possibile su risorse locali. Ridurre la nostra dipendenza energetica da peesi esteri (superiore al 90%) dovrebbe essere l’obiettivo principale delle politiche nazionali, non la riproposizione di scelte che, oramai, alcuni paesi stanno abbandonando (Germania, Svezia, Spagna, etc.). Potremmo chiudere enfatizzando il fatto che gli italiani sono famosi per la loro capacità di creare idee nuove, non per quella di copiare (in ritardo)! La strada da percorrere non può essere che quella delle fonti rinnovabili. 

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Il 7 Ottobre scorso è stato diffuso il report annuale della FAO dal titolo “The state of food and agriculture” (La situazione delle produzioni alimentari e dell’agricoltura) [www.fao.org]. Quest’anno il report è stato incentrato sui biocombustibili, il sotto titolo recita: “BIOFUELS: prospects, risks and opportunities” (Biocombustibili: prospettive, rischi ed opportunità). Questo tema, che appare da “addetti ai lavori”, ha invece un’importanza enorme sul quotidiano di tutti: basti pensare a quanto frequentemente passiamo dal benzinaio e, altrettanto frequentemente, acquistiamo un pacco di pasta o una bottiglia di olio di girasole.

Con il termine biocombustibili si intendono solitamente le biomasse di origine animale e vegetale dalle quali si può ricavare energia o altri prodotti (ad esempio le plastiche biodegradabili). Con biofuels più specificatamente si indicano prodotti liquidi che possono essere usati in sostituzione di benzina e diesel nel mondo della trazione. Le materie prime attualmente utilizzate per la produzione dei maggiori biofuels: bioetanolo e biodiesel, sono derivanti dalla agricoltura tradizionale: piante amidacee e zuccherine e oli vegetali. Questi biofuels vengono detti di prima generazione, per distinguerli dalla futura produzione basata sulla filiera ligneo-cellulosica.

La Commisione Europea ha emanato nel 2003 la Direttiva Biofuels 2003/30 CE, che ha posto come obiettivo la sostituzione del 5% al 2010 del consumo di combustibili fossili con biofuels. L’Italia ha recepito la direttiva con l’obiettivo nazionale del 2.5 %. Ad oggi il biodiesel è già miscelato (circa 2%) al tradizionale diesel a basso tenore di zolfo per migliorarne la lubricità.  L’interesse per i biofuels è duplice, da un lato le emissioni di gas serra derivanti da un loro utilizzo sono molto inferiori a quelle dei combustibili tradizionali, dall’altro la loro produzione aiuta a ridurre la dipende dell’Europa (e a maggior ragione dell’Italia) dai paesi fornitori di petrolio. La Commisione aveva posto l’obiettivo del 10% al 2020, anche considerando le potenzialità delle tecnologie emergenti: biofuels di seconda generazione.

Da alcuni anni, tuttavia, sono emerese, con sempre maggiore intensità, perplessità legate all’introduzione di bioetanolo e biodiesel. Ad oggi, infatti, l’obiettivo posto per il 2020 dalla Commissione è in discussione ed una ridefinizione sembra quanto mai probabile. La FAO si è sempre posta come autorevole interlocutore nella discussione. Il punto fatto in “The state of food and agriculture” (2008) è molto utile per sintetizzare il problema. Secondo la FAO la domanda generata nell’agricoltura dai biofuels sarà un fattore significativo nel mercato agricolo nei prossimi decenni. Se da un lato nel lungo termine questo può essere favorevole a  ridurre il declino attuale del mondo agricolo, dall’altro la loro rapida crescita ha contribuito all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Questo ha effetti negativi sui paesi più poveri, che spendono metà delle loro entrate per importare beni alimentari. Anche l’aumento delle opportunità generate dagli alti prezzi non potrà essere facilmente sfruttato in paesi dove esistono barriere commerciali ancora molto forti. La FAO presenta inoltre perplessità anche sulla reale capacità di riduzione dei gas serra ad opera dei biofuels, commentando che questa è fortemente legata al tipo di materia prima ed al modo di produzione. Inoltre sottolinea il problema di competizione nell’uso del suolo e delle risorse. Stime relative al costo attuale del petrolio fanno si che solo in pochi paese la produzione di biofuels possa essere sostenibile senza sovvenzioni dei singoli stati e, continua il report, le potenzailità di sostituzione del petrolio sono molto contenute. La conclusione di FAO è che per assicurare la sicurezza nei bilancio sociale, economico ed ambientale dei biocombustibili, devono essere intraprese azioni politiche volte a  proteggere le popolazioni più povere, la sicurezza alimentare ed ambientale.

Dal report emerge che FAO percepisce i biofuels come un rischio più che come un’opportunità, anche se questo non è esplicitamente espresso. Personalmente ritengo che molti punti del report potrebbero essere commentati ed approfonditi in maniera critica ed anche all’interno della FAO le voci non sono univoche. Un interessante progetto di approfondimento sui biofuels, volto alla creazione di una metodologia per la selezione delle aree votate alla produzione di biocombustibili, è BEFS (http://www.fao.org/NR/ben/befs/).

A corollario di questa breve sintesi mi interessa comunque dire che le problematiche descritte sono relative alle lunghe filiere di approvvigionamento. In Toscana vi sono interessantissimi progetti di sviluppo di filiere corte (locali) di produzione dei biofuels. Fra i progetti maggiormente interessanti: Siena-Biodiesel (http://sienabiodiesel.arsia.toscana.it/) e il progetto Europeo LIFE-VOICE (www.crear.unifi.it).

Da questi progetti potrebbero nascere interessanti opportunità anche il per nostro territorio pratese, nel quale il settore agricolo riveste un’importanza oramai marginale.

 Per approfondimenti: ing.prussi@quipo.it

 

 

 

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Matteo Prussi

Sulla questione Pantanelle, desidero rispondere all’intervento di M.R.Cecchini. Innanzitutto desidero sottolineare come dall’intervento emergano alcune interessanti considerazioni. Ribalto la cronologia del testo, concordo con la necessità di indicare nel bando i costi per lo smantellamento dell’impianto a fine vita utile. Tuttavia è doveroso precisare che la vita di un impianto fotovoltaico non è, come detto, di 25 anni, ma ben più lunga. Ci sono impianti esistenti, con tecnologie più vecchie, che producono energia da più di trent’anni, con i costi di ammortamento già abbondantemente coperti. Altro elemento interessante deriva dalla superficie necessaria per un impianto da 1 MWp. Soltanto considerando i pannelli, senza le opere accessorie, si parla di circa 8000 m2 (0,8 HA), circa un decimo della superficie totale indicata da M.R.Cecchini per la zona di interesse.

Quello che però infastidisce, quando si cerca di parlare in maniera onesta di una possibilità come quella di Pantanelle, è la presenza di frasi strumentali. Come commentare una frase del tipo, “non fosse una buona idea, per il prestigio dell’area, per l’incompatibilità tra elettricità ed acqua[..]”. L’incompatibilità fra cosa? Anche frasi come: “sostegno delle attività agricole, sia come ulteriore sbocco produttivo che come apporto energetico alle attività  agricole stesse”, confermano il non aver presente la reale tipologia dei consumi e le reali necessità” del comparto di cui si tratta: aumento del costo del gasolio per trazione agricola e per le serre. Il fatto poi di dover produrre l’energia vicino al punto di consumo (“Siamo favorevoli a piccoli impianti a terra che progettati con la dovuta sensibilità siano posti accanto alle strutture che alimentano”), parlando di solare, mette in luce il non aver chiaro il concetto di fonte energetica discontinua ed energeticamente poco densa. Lo scambio dinamico con la rete, dove è abbastanza fittizio il concetto di “distanza dal punto di consumo”, rende possibile la diffusione su larga scala di questa tecnologia. Si parla poi di assenza di motivazioni valide, quando una stima sulla produzione rivela la possibilità di coprire i consumi annuali di almeno 450 famiglie; con un solo impianto a fonte rinnovabile, posto in un’area dove questo non emette inquinati, non crea pericolo per la fauna presente, etc. 

Questo non risolve certo la questione sull’opportunità di realizzare un simile intervento, in un’area così peculiare. Tuttavia mi auguro possa essere percepito come un invito a lasciare a casa una certa ”vecchia” retorica ambientalista, che non contempla le necessità complesse delle società, demandando – di fatto – il problema energetico ad altri. Un invito a creare insieme un nuovo concetto di relazione fra la necessità di produrre energia in modo alternativo alle tradizionali fonti fossili e quella di tutelare l’ambiente nel quale viviamo. 

Fulvio Batacchi

Mi fa piacere che l’architetto Cecchini intervenga su questo argomento (anche se mi dispiace per il fastidio comprensibile di doverci sempre insegnare da capo l’ ABC dell’ambientalismo) in quanto è persona esperta in merito; infatti, tramite Legambiente, ella gestisce lo sportello energia della Provincia di Prato.
Devo però fare alcune precisazioni sul suo intervento:
Il luogo in oggetto non è la zona denominata “Pantanelle” che si trova invece a circa 3 km a nord-ovest.
Un impianto fotovoltaico a terra è di basso impatto ambientale e paesaggistico (non è riflettente e non emette alcun tipo di radiazioni) e sicuramente non incompatibile con la vita animale né tantomeno sfavorisce la biodiversità anzi, in taluni casi, terreni con impianti fotovoltaici sono destinati a pascolo ovino contribuendo così alla manutenzione del terreno.
A fine vita dell’impianto è previsto usualmente che chi installa smonti il tutto restituendo così il terreno allo stato originale.
Se la produzione di energia da fonti rinnovabili non è un valido motivo per il consumo di suolo in questa occasione, vorrei sapere perché per Legambiente e per l’architetto Cecchini è invece valido in altri casi ben più impattanti, ad esempio i parchi eolici, dei quali sia Legambiente che l’arch. Cecchini, sono convinti sponsorizzatori.
Se in un progetto di Parco Agricolo Urbano non si prevede o non si consente di destinare aree alla produzione di energia da fonti rinnovabili, questo Parco nascerà zoppo fin dal principio in quanto ogni attività umana abbisogna di energia, anche un parco, e se la scienza chiamata Ecologia Urbana non prevede ciò deve essere inevitabilmente aggiornata.
Non si capisce perché non debba essere una buona pratica replicabile, anzi se tutti i comuni destinassero uno spazio per produrre almeno 1 MW ciascuno di energia da fonti rinnovabili avremmo un notevolissimo contributo sia in termini di riduzione di emissioni co2 sia di produzione energetica.
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Maria Rita Cecchini
Mi appresto a questa discussione con il disagio di dover ogni volta ripartire dallo zero, dall’abc dell’ambientalismo, difendendo l’ambiente innanzi tutto come bene comune, e come tale andrebbe gestito. Parliamo delle aree di proprietà comunale richieste come casse di laminazione per le opere della 2 tangenziale nell’area denominata Pantanelle, con deviazione di tracciato del Fosso Ficarello, a nord della cosiddetta area umida; il Comune le mette a bando per chi vorrà impiantarci un impianto fotovoltaico di circa 1Mw di potenza di picco. La prima volta che ho letto sulla stampa dell’iniziativa che la Giunta avrebbe preso sul fotovoltaico a Pantanelle ho pensato che non fosse una buona idea; per il pregio dell’area, in prima battuta; per l’incompatibilità tra elettricità ed acqua; per la mancanza di valide motivazioni all’intervento; perché non è una buona pratica replicabile, e il pubblico si deve porre l’obiettivo che il suo agire sia anche di esempio come buona pratica.
Quando assieme all’attuale consigliere verde Tommaso Rindi ci siamo occupati di emendare una recente variante al regolamento urbanistico, che introduceva la Disciplina della distribuzione e localizzazione delle funzioni compatibili con le destinazioni dell’attuale piano, ci ponemmo il problema di introdurre la funzione “produzione energie rinnovabili”, ritenendo che uno strumento di governo del territorio ha il compito di prevenire usi impropri e favorire quelli propri in anticipo sul loro manifestarsi; non fu ritenuto pertinente e necessaria la nostra osservazione, eppure oggi non saremmo qui a parlare di questo argomento perché l’Amministrazione avrebbe già manifestato la sua linea; che purtroppo per le energie rinnovabili non c’è.
Siamo inoltre convinti che il consumo di suolo debba essere motivato e inevitabile, in linea con la legge regionale di governo del territorio, così spesso disattesa; non a caso il Conto Energia incentiva maggiormente gli impianti collocati sugli edifici, sensatamente, e gli impianti fotovoltaici in terreno agricolo seguono logiche ben precise (sostegno delle attività agricole, sia come ulteriore sbocco produttivo che come apporto energetico alle attività agricole stesse). Siamo favorevoli a piccoli impianti a terra che progettati con la dovuta sensibilità siano posti accanto alle strutture che alimentano, in caso non ci siano collocazioni migliori; siamo favorevoli, e in questo senso Legambiente nazionale si muove, all’impianto di pannelli fotovoltaicisulle discariche dimesse, buchi neri nel territorio che non troverebbero altro impiego; non capiamo perché un’area naturalisticamente così importante come Pantanelle sia considerata marginale perché non pertinenziale, e se leggete la Delibera di Giunta n. 232 anno 2008 esecutiva dal 03/06/2008 che correda i materiali a disposizione su internet ve ne renderete conto. E’ di tutta evidenza che si pone il problema della gestione di queste aree (attualmente circa 10 ettari ). Data la loro lontananza dal centro abitato, non sempre possono essere utilizzate per parchi e giardini. Si pone perciò il problema della loro valorizzazione economica da effettuarsi in modo tale che, sia pur mantenendo la loro funzione quali aree pertinenziali alla 2° Tangenziale per lo scopo di laminazione, possono essere contemporaneamente utilizzate in altro modo. Anche le casse di laminazione possono costituire un’occasione progettuale con il coinvolgimento diretto dei cittadini. Un’idea non è buona sempre e in tutte le occasioni; dimostrare un nesso più stringente fra scelte amministrative e interesse pubblico sarebbe sempre auspicabile.
Ed ecco alcune perplessità:
La funzione ecologica di aree a verde, aree agricole o semplicemente aree abbandonate anche non direttamente fruibili è universalmente riconosciuta; permettono la vita di specie animali, contribuiscono al mantenimento delle catene alimentari, favoriscono la biodiversità; concetto elementare e basico di una scienza chiamata Ecologia Urbana, perlopiù ignorata dalla gran parte degli amministratori.
Si parla di Parco Agricolo e si continua a spezzettare il territorio con funzioni spesso fra loro non correlate, senza un disegno e uno scenario che costituisca un obiettivo condiviso;
Nello specifico del bando in questione, non sono stabiliti i costi di smantellamento delle strutture dopo i 25 anni di esercizio o oltre: speriamo sia un dato che compaia in altri documenti; essendo un onere rischia di mettere in crisi il calcolo economico di chi partecipa al bando o di pesare sul bilancio futuro della città.

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